sabato 3 ottobre 2015

Paziente Diabetica di 89 anni fa Insulina da più di 8 Decadi

A Lillian Stamps venne diagnosticato il Diabete di Tipo 1 all'età di 3 anni: dalla sua prima iniezione di insulina sono passati ben 86 anni. Secondo il Dottor Kariampuhza, il suo diabetologo, al giorno d'oggi potrebbe essere la persona con più anni di diabete alle spalle nel mondo intero.


"L'insulina fu scoperta nel 1921 mentre la diagnosi di Lillian risale al 1929 quando la donna al tempo aveva solo 3 anni. In quel periodo, oltre alla terapia insulinica convenzionale, gli scienziati stavano già sviluppando nuovi farmaci che aiutassero nel trattamento del Diabete di Tipo 1" ricorda il Dottor Kariampuhza.

Nata nel 1926, Miss Stamps ricorda di aver trascorso un'infanzia difficile specialmente per il fatto che una volta non era affatto facile tenere sotto controllo il diabete. I suoi genitori erano soliti mettere l'insulina al fresco sott'acqua nel pozzo che si trovava proprio di fronte al loro giardino perché al tempo i frigoriferi erano molto costosi.

"Una volta i diabetici non avevano gli strumenti che ci sono oggi per misurarsi la glicemia" afferma Miss Stamps "Dovevi testare la tua urina e quando la striscia si colorava di blu o verde significava che ero in ipoglicemia e dovevo mangiare qualcosa".

Il Joslin Diabetes Center di Boston, il più grande Centro di Ricerca del Mondo sul Diabete, ha già assegnato a Lillian Stamps un premio per aver conseguito e superato il traguardo dei "75 anni vissuti col diabete di tipo 1" e presto ne riceverà un altro quest'anno come riconoscimento per i suoi 80 anni di malattia.

"Il diabete purtroppo può rovinare molti organi e al tempo era molto frequente morire a causa delle complicanze dovute al diabete" ricorda il Dottor Kariampuhza "Sono stato io il primo a volere che Miss Stamps ricevesse questi riconoscimenti con tanto di medaglie per essere riuscita a vivere così a lungo nonostante il diabete"

Il Dottor Kariampuhza ha scritto ben 3 volte all'American Diabetes Association per far sì che a Lillian venissero assegnate tre medaglie rispettivamente per i suoi 25 anni, 50 anni e 75 anni di vita col Diabete di Tipo 1.

"Sono il suo diabetologo da più di 10 anni e devo dire che lei è davvero molto attenta nel prendersi cura di sé stessa" aggiunge il Dottor Kariampuhza.

Miss Stamps continua ad usare l'insulina e riesce a gestire bene la sua salute anche grazie ad una sana alimentazione. Secondo la donna, gli anni più duri della sua vita furono quelli della sua adolescenza perché doveva sempre rinunciare e dire di no di fronte a certi cibi e bevande.

"Non mi sono mai sposata e non ho avuto mai figli perché allora mi dicevano che non avrei vissuto abbastanza a lungo" aggiunge Lillian “Per fortuna sono comunque riuscita ad avere una vita normale: il mio cibo preferito è il gelato senza zucchero".

Traduzione e adattamento di Alessandro Cecconi.

Fonte originale: http://www.tylerpaper.com/TP-My+Generation/224734/89yearold-thrives-on-insulin-for-the-past-86-years

mercoledì 26 agosto 2015

DRI BIOHUB: PRIMO TRAPIANTO ESEGUITO CON SUCCESSO AL "DIABETES RESEARCH INSTITUTE" DI MIAMI

Dopo aver ricevuto la chiamata dal team che si occupa di Trapianti di Isole al Diabetes Research Institute di Miami, Wendy Peacock è diventata la prima paziente a partecipare ai trial clinici di fase I/II recentemente approvati dalla FDA con lo scopo di testare l'omento come nuovo sito di infusione per il BIOHUB, un mini organo bioingegnerizzato in grado di replicare perfettamente le funzioni di un pancreas sano per ristabilire la produzione naturale di insulina nelle persone affette da Diabete di Tipo 1.


In questa prima fase di trial clinici, i ricercatori valuteranno se l'omento risulterà un sito migliore per ospitare le isole trapiantate rispetto alla vena porta del fegato, sito tradizionale di trapianto da decenni. Le isole pancreatiche del donatore (cadavere) sono state impiantate usando uno scaffold biodegradabile formato dal plasma (la parte liquida del sangue che non contiene alcuna cellula) del paziente stesso in combinazione con l'enzima "Trombina".

Finora i risultati preliminari hanno mostrato che le isole pancreatiche impiantate nell'omento possono sopravvivere e funzionare per molto tempo. Questo trial clinico è un primo passo importante anche per individuare il sito ottimale d'impianto per il BioHub nel nostro corpo.

“Questo è stato il primo trapianto dove le isole pancreatiche sono state impiantate nell'omento, un tessuto altamente vascolarizzato che copre gli organi addominali, utilizzando uno scaffold biodegradabile. Il sito è facilmente accessibile tramite chirurgia mini-invasiva, e, a maggior ragione, presenta le stesse caratteristiche del pancreas per quanto riguarda l'afflusso di sangue e il drenaggio“, spiega il professor Camillo Ricordi, Direttore del DRI e Presidente della Stacy Joy Goodman, Professore di Medicina, Chirurgia, Ingegneria Biomedica, Microbiologia e Immunologia all’Università di Miami Miller School. Il Professor Ricordi è anche il Direttore del Programma dei Trapianti di Isole al DRI. “Questo è il primo trapianto di isole bioingegnerizzato che sfrutta uno scaffold biodegradabile impiantato sulla superficie dell'omento con lo scopo di minimizzare la risposta infiammatoria che invece si verifica puntualemente quando le isole pancreatiche vengono infuse nelle vena porta del fegato o in altri siti d'impianto dove c'è un contatto diretto col sangue. Evitare l’infiammazione si è dimostrato decisivo per ridurre al minimo i danno per le isole appena trapiantate, e siamo tutti davvero molto entusiasti riguardo le potenzialità di questo nuovo trial clinico”

Lo scaffold biodegradabile, una delle piattaforme del BioHub, come è stato accennato sopra, è formato dal proprio plasma con l'aggiunta dell'enzima trombina. Quando combinate, queste sostanze creano un materiale simile ad un gel che si attacca alle pareti dell'omento e tiene le isole ferme al loro posto. Col tempo, il corpo assorbirà il gel, lasciando intatte le isole, mentre allo stesso tempo si formeranno nuovi vasi sanguigni per fornire ossigeno e tutti gli altri nutrienti necessari per la sopravvivenza delle cellule. Questo studio pilota includerà la terapia immunosoppressiva attualmente utilizzata per gli studi clinici nel trapianto di isole e includerà solamente un piccolo gruppo di partecipanti.

“L’obiettivo di questa primo trial è dimostrare che le isole pancreatiche potranno funzionare in modo più efficace in questo nuovo sito di trapianto, ma allora stesso tempo dobbiamo anche dimostrare la sicurezza di tale operazione che è fondamentale per tutti noi, dato che prima viene la sicurezza, poi l’efficacia secondo la scala delle priorità”, aggiunge Rodolfo Alejandro, MD, Professore di Medicina e Direttore del Programma dei Trapianto di Isole al DRI . “Ci auguriamo che nell'omento, dove i vasi sanguigni non mancano, l'ottima vascolarizzazione contribuisca ad una lunga sopravvivenza delle isole trapiantate, ed inoltre speriamo di riuscire a dimostrare come questo nuovo sito potrà rappresentare un’alternativa sicura da prendere in considerazione anche per progetti futuri relativi al BioHub “.

Nel diabete di tipo 1, le cellule beta produttrici di insulina del pancreas sono state erroneamente distrutte dal sistema immunitario, al punto che i pazienti sono costretti a seguire quotidianamente una terapia insulinica per tenere sotto controllo la glicemia. Il trapianto di isole ha permesso ad alcuni pazienti di vivere liberamente senza più ricorrere alle iniezioni di insulina. Ad oggi alcuni pazienti che si sono sottoposti ad un trapianto di isole sono insulino indipendenti addirittura da più di un decennio, secondo le pubblicazione da parte dei ricercatori del DRI.

Attualmente le isole pancreatiche vengono infuse nel fegato, ma gran parte delle cellule non riesce a sopravvivere molto a lungo in questo ambiente a causa della scarsa ossigenazione e delle reazioni infiammatorie. “Il fegato è un sito molto semplice da raggiungere, ma abbiamo capito da anni che non rappresenta l'area ideale per effettuare un trapianto di isole. Inoltre il fegato non è in grado di ospitare un dispositivo che racchiuda e protegga le isole pancreatiche”, ha spiegato il Dr. Alejandro.

“La prima cosa da dimostrare è che questo trapianto possa funzionare e che l'omento sia efficace come il fegato per quanto riguarda il sito d'impianto" spiega il Professor Ricordi. “In tal caso aggiungeremo tutte le altre componenti in grado di favorire lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni, ossigenazione, protezione delle cellule e altri agenti che ci permetteranno di ridurre ed eventualmente eliminare la terapia immunosoppressiva, che è il nostro obiettivo finale per una cura biologica.”

Il BioHub è il frutto della convergenza di molteplici tecnologie mirate a ristabilire il funzionamento beta-cellulare in pazienti con diabete. Il nome, infatti, deriva dalla combinazione dei termini "Biologico" e "Connessione" (Hub), che definisce una piattaforma tecnologica su cui integrare differenti componenti per ottenere l’obiettivo finale di una soluzione biologica (cioè, mediante il trapianto di cellule secernenti insulina) al trattamento ed eventualmente cura del diabete.


Le aree su cui sta lavorando il Diabetes Research Institute (DRI) di Miami, i Centri che fanno parte della “Diabetes Research Institute Federation” e la “Cure Alliance” sono mirate a superare le limitazioni al successo del trapianto di isole emerse negli ultimi tre decenni e che in combinazione possano portare ad una soluzione biologica definitiva per il Diabete di Tipo 1:
  1. Modulazione dell’immunità con nuovi protocolli sistemici e locoregionali più efficaci e sicuri che permettano di ottenere una funzionalità del trapianto a lungo termine e che promuovano l’induzione di tolleranza immunitaria (eliminazione di autoimmunità e rigetto) senza necessità di immunoterapia a vita.
  2. Sviluppo di siti di impianto ingegnerizzati che favoriscano attecchimento e funzionalità a lungo termine delle isole trapiantate.
  3. Sviluppo di membrane ultrasottili (idrogel) in grado di fornire immunoisolamento alle isole preservando la diffusione di ossigeno e nutrienti.
  4. Il BioHub rappresenta inoltre una piattaforma ideale su cui integrare l’uso di cellule insulari ingegnerizzate mediate metodiche di rigenerazione cellulare (cellule staminali, riprogrammazione di tessuti, cellule animali, ecc.) per ottenere quantità illimitate di cellule secernenti insulina e per far fronte alle attuali limitazioni dovute alla scarsità di pancreas umani per trapianto.
  5.  
DOMANDE FREQUENTI:

1) Il trial sperimenterà il BioHub?

Si tratta di un trial che intende sperimentare l'efficacia di un nuovo sito per il posizionamento delle isole trapiantate, in questo caso il grande omento. Sperimenterà allo stesso tempo una delle piattaforme considerate parte del progetto BioHub.

2) Quali sono i requisiti per accedere al trial?
  • Età compresa tra i 18 e i 60 anni
  • Più di 5 anni di Diabete di Tipo 1 alle spalle
  • Hypoglycemia Unawareness: ovvero l'insensibilità alle ipoglicemie
3) Si dovranno assumere farmaci immunosoppressori?

Sì. L'obiettivo del DRI è di eliminare l'uso di questi farmaci, ma il primo trial ha lo scopo di testare l'omento come nuovo sito per la localizzazione dell'impianto. Al fine di comparare il grande omento con gli altri siti utilizzati in precedenza, i ricercatori devono limitare le variabili per non confondere i risultati. Di conseguenza, all'inizio utilizzeranno gli stessi immunosoppressori e le stesse procedure usate negli studi precedenti.

4) I volontari riceveranno tutti lo stesso trattamento o sarà coinvolto anche un gruppo di controllo con placebo?

Ogni volontario riceverà lo stesso trattamento come indicato nel protocollo. I trapianti di organi e tessuti non usano le procedure degli studi placebo-controllati. La comparazione viene fatta con altri trial effettuati in precedenza.
Traduzione e adattamento di Alessandro Cecconi.

Bibliografia:
http://med.miami.edu/news/diabetes-research-institute-successfully-transplants-first-patient-in-pilot
http://www.diabetesresearch.org/DRItv
http://www.diabetesresearch.org/biohub
http://www.diabetesresearch.org/BioHub-FAQ
https://www.diabetesresearch.org/pilottrial
http://www.prnewswire.com/news-releases/diabetes-research-institute-successfully-transplants-first-patient-in-pilot-biohub-trial-300133221.html
http://www.portalediabete.org/ricerca/2799-intervista-al-prof-antonello-pileggi-sul-biohub-qquantum-leapq-verso-la-cura



sabato 15 agosto 2015

CAMBIAMO NOME AL DIABETE?

Questa famosa PETIZIONE è stata lanciata circa un paio di anni fa da due mamme americane con lo scopo di RINOMINARE e DISTINGUERE (almeno nel nome) le 2 forme di DIABETE più diffuse: TIPO 1 e TIPO 2.


La PETIZIONE si pone 4 OBIETTIVI principali:

1) evitare la confusione tra le 2 malattie (completamente diverse dall'eziologia al trattamento) all'interno della società in modo che il paziente sia più tutelato, meno discriminato e non costretto ad esse
re etichettato attraverso luoghi comuni in ogni ambito (media, ospedali, scuole, sport, ecc.);

2) limitare una volta per tutte i falsi miti riguardo le 2 patologie;

3) facilitare le attività di awareness e raccolta fondi (che non possono essere comuni dato che gli obiettivi sono totalmente diversi!) mirate a soddisfare le diverse esigenze specifiche di ogni malattia;

4) consentire una relazione più armoniosa tra le 2 comunità.


Finora sono state raccolte più di 13.000 firme a livello mondiale; nel caso qualcuno fosse interessato alla causa, ecco il link specifico per aderire e supportare la petizione gratuitamente: https://www.change.org/p/revise-names-of-type-1-2-diabetes-to-reflect-the-nature-of-each-disease

FUNIVIE DI CARTA

Caro Babbo Natale

dopo circa 80.000 buchi tra iniezioni e stick ho deciso di scriverti di nuovo una lettera. La tematica che sto per affrontare dovresti conoscerla molto bene visto che dalle tue parti il DIABETE di Tipo 1 è considerato come una vera e propria specialità della casa. Quello che desiderei per il 2014 è un bene immateriale che non posso né voglio nominare per scaramanzia, in compenso ti darò una serie di indizi:

1) la prima delle due parole termina con "ura"; 

2) ora escluderò altri 4 termini legati al diabete che sono già anche troppo presenti nella mia vita quindi per favore non regalarmeli di nuovo: paURA, tortURA, rottURA e puntURA;

3) un'armatURA magari mi farebbe comodo in modo da evitare altri attacchi (stavolta non autoimmuni) dall'esterno, una cintURA forse sarebbe l'ideale per legare, strangolare e abbandonare il diabete in un SITO isolato, una vettURA utile per investirlo in dirittURA d'arrivo in modo che ci lasci addirittURA le PENNE! Purtroppo però nessuna delle parole di questa sequenza di rime può soddisfare il mio desiderio più grande perché questa malattia ad oggi è sia invisibile che invincibile. 

4) Così voglio lasciarti un ultimo indizio per guidarti verso la soluzione in modo che tu possa una volta per tutte decifrare la mia richiesta: dato che amo la neve e le montagne (tranne quelle "russe") il mio desiderio lo trovi espresso in due parole anagrammate dentro le "FUNIVIE DI CARTA"! 

Mi raccomando, cerca di fare il possibile per farmi trovare CHO la notte di Natale sopra il mio tavolo in legno DI ABETE! 















Pubblicato su Portale Diabete il 24 Dicembre 2013: 

http://www.portalediabete.org/esperienze/il-diabete-da-unaltra-prospettiva/3000-funivie-di-carta

mercoledì 12 agosto 2015

Una Maschera che Emette Luce Verde negli Occhi durante il Sonno Potrebbe Salvare la Vista a Molti Diabetici a Rischio Cecità

La retinopatia diabetica, una delle principali cause di perdita della vista nelle persone in età lavorativa nel Regno Unito, si verifica quando i livelli elevati di zucchero nel sangue danneggiano i vasi sanguigni nella retina.

La condizione fa sì che i vasi tendano a gonfiarsi e perdere fluido o chiudersi completamente, e provoca a volte vasi anomali a comparire sulla superficie della retina.

La maschera per gli occhi "Noctura 400", che i pazienti indossano di notte mentre dormono, emette una luce verde a basso livello attraverso le palpebre che imita la luce del giorno.

Anche se la luce inizialmente appare un po' invasiva, gli occhi si abituano rapidamente. La maschera interferisce con il processo di produzione da parte dell'occhio di nuovi vasi sanguigni quando fa buio.

Anche se questa crescita dei tessuti è utile per le persone senza diabete, in quelli con retinopatia diabetica aumenta la produzione di vasi sanguigni più piccoli soggette a danni e gonfiore che contribuiscono alla perdita della vista.

Fino ad ora, la retinopatia diabetica è stata trattata con il laser, che può contribuire a sigillare i vasi sanguigni rotti e distruggere quelli danneggiati.

Ma il 3% dei pazienti avvertono una certa perdita della visione periferica e più della metà avrà qualche difficoltà con visione notturna come un "effetto collaterale".

In circa un terzo dei pazienti, il trattamento non funziona affatto e questi pazienti possono andare avanti per avere iniezioni nell'occhio di un farmaco chiamato Lucentis.

Le iniezioni vengono effettuate in anestesia locale ad un costo di £ 1.000 ciascuna. Devono essere somministrate una volta al mese per almeno sei mesi, e nella maggior parte dei casi sono meno efficaci col passare del tempo.

Il Noctura 400 è attualmente in fase di valutazione da parte del Servizio Sanitario Nazionale, e i trials clinici sono già in corso in diversi ospedali, tra cui Moorfields a Londra. Si prevede che questa tecnologia sarà disponibile per tutti i pazienti che ne hanno bisogno già dal prossimo anno.

Secondo il professor Ian Grierson, un fiduciario di Moorfields Eye Hospital e professore di oftalmologia presso l'Università di Liverpool coinvolto nelle numerose sperimentazioni di ricerca riguardanti la maschera, molte persone che attualmente traggono dei benefici dalla chirurgia laser potrebbero trovare ulteriori giovamenti dal nuovo dispositivo.

"Prevedo che verrà utilizzato come una difesa ulteriore per i pazienti che sono nelle fasi iniziali della retinopatia diabetica" dice "Gli occhi di pazienti diabetici sono strettamente monitorati attraverso verifiche annuali mirate a segnalare i primi stadi della retinopatia diabetica"

Il Noctura 400 potrebbe sostituire il trattamento laser corrente che non sta funzionando nel 3% dei pazienti.

La maschera sarà efficace nel momento in cui un oculista potrà vedere i cambiamenti nella parte posteriore dell'occhio del paziente, in tutti qui casi in cui certi pazienti potrebbero essere a rischio di perdita della vista, ma prima che il paziente noti un miglioramento per quanto riguarda la sua vista.

Il Professor Grierson crede che la maschera potrebbe anche essere usata come ultima risorsa nei i pazienti per i quali la terapia laser non ha funzionato e per quei pazienti che desiderano un'alternativa alle iniezioni spiacevoli.

Il diabete di tipo 1 si verifica quando il pancreas non riesce a produrre insulina, l'ormone che regola i livelli di zucchero nel sangue. Può essere controllato con iniezioni di insulina regolare, ma se non trattato, l'iperglicemia può causare danni ai vasi piccoli, nervi e organi.

Una paziente con diabete di tipo 1, Ella Woodhouse di 22 anni, laureata in design di moda, ha iniziato a utilizzare la maschera la scorsa settimana dopo essersi sottoposta alla terapia laser e alle iniezioni.

La ragazza di Sheffield dice: "Durante l'adolescenza non ho assunto la mia insulina regolarmente come avrei dovuto. E questa non è stata una grande idea dato che avevo molte iperglicemie".

All'inizio di quest'anno ha iniziato a soffrire di visione offuscata e poi, ancora peggio, ha perso temporaneamente la vista in un occhio a causa dell'esplosione di un vaso sanguigno.

"Le iniezioni mi hanno aiutato e ho ritrovato la vista" dice. "Ma poi i miei genitori hanno trovato alcune informazioni su internet riguardo la mascherina e il mio oculista ha detto effettivamente che sarebbe il caso di provarla per prevenire ulteriori danni".

Ogni tre mesi per un anno, l'oculista monitorerà gli occhi per scoprire se la loro condizione è ulteriormente deteriorata.

Ella, che vuole diventare una stilista a Savile Row, ora sta assumendo i farmaci correttamente e dice: "Farò di tutto per evitare di perdere di nuovo la vista".



PolyPhotonix, l'azienda che ha inventato la maschera, sta anche cercando di iniziare la sperimentazione per il trattamento della degenerazione maculare dell'occhio dovuta all'età. Questo è causato anche dalla crescita di vasi sanguigni anomali sulla retina ed è il principale motivo per la perdita della vista negli anziani.

Il Professor Grierson aggiunge: "Speriamo che entro il prossimo anno il nostro sistema sanitario, non appena riceverà l'approvazione, potrà disporre di questa tecnologia. Inizialmente sarà per l'uso a lungo termine, ma in alcuni pazienti potrebbe essere d'aiuto anche indossarla per brevi periodi".

Traduzione e adattamento di Alessandro Cecconi.

Fonte: http://www.dailymail.co.uk/news/article-2780765/Saved-diabetic-blindness-simply-sleeping-eye-mask-New-technology-save-thousands-Brits-facing-loss-sight.html

La Storia di Alonzo: Diabetico di Tipo 1 che ancora non si arrende dopo 18 Operazioni Chirurgiche

Questo articolo è stato scritto esclusivamente per il sito "Information About Diabetes" da Alfonzo Steward, un ragazzo dal reddito basso, diabetico di tipo 1 dall'età di 16 anni. In questo articolo Alonzo descrive la sua lotta raccontandoci la sua esperienza in casa di riposo e la forza di sopravvivere a ben 18 operazioni chirurgiche.


Avevo 16 anni quando mi è stato diagnosticato il diabete. Andavo spessissimo in bagno, bevevo molta acqua e mangiavo qualsiasi cosa mi trovassi davanti. La mia glicemia all'esordio era 875.

Sono stato portato all'ospedale pediatrico dove mi hanno somministrato una gran quantità di insulina per abbassare il livello di zucchero nel sangue. Successivamente ho dovuto seguire delle lezioni per una settimana. Sembrava che nessuno volesse aiutarmi, ma la realtà era che nessuno nella mia comunità conosceva davvero il diabete.

CERCANDO DI SOPRAVVIVERE

Essere sia povero che diabetico non era una affatto bella combinazione. Ero solito mangiare per strada, raccogliere cibi dalla spazzatura, elemosinare alimenti da una casa all'altra - solo per cercare di sopravvivere. Non ho avuto un vero e proprio percorso di crescita come gli altri ragazzi della mia età. E mentre gli anni passavano, cercavo di capire il diabete, nonostante non ci fosse molta disponibilità da parte delle persone che mi circondavano.

Il diabete ha iniziato ad essere un problema per me quando stavo diventando più grande. Facevo del mio meglio cercando di mangiare sano per tenerlo sotto controllo, ma non sapevo cucinare perché nessuno me l'aveva mai insegnato, così il mio cibo proveniva sempre dai fast food. Poi la tragedia: in un dito del mio piede sinistro mi hanno trovato un'infezione, così sono andato dal dottore per fare i raggi. C'era un puntino nell'osso, e quando i dottori l'hanno notato mi dissero che non mi avrebbero lasciato andare proprio da nessuna parte. I risultati confermarono che si trattava di MSRA (Staphylococcus aureus resistente alla meticillina). Il mio corpo era debole, e avevo bisogno di sottopormi ad un'operazione chirurgica il prima possibile perché stavo rischiando di morire.

I chirurghi non riuscirono a salvare il mio dito del piede; quindi non andò per niente bene. Mi dissero che l'amputazione era l'unica opzione, così non avevo altra scelta. Quando ho perso il mio dito del piede, le cose si complicarono ulteriormente perché mi ritrovai con una ferita di oltre 20 cm sul mio piede. Così dopo l'operazione, sono stato costretto a recarmi presso un altro ospedale. Mi sentivo ancora debole; non riuscivo a tenere in mano nulla. Avevo 27 anni al tempo, ma mi sentivo come se improvvisamente fossi tornato di nuovo un bambino. E' stato un periodo della mia vita davvero molto difficile, ma cercavo di tener duro il più possibile.

L'ospedale stava per dimettermi, così l'infermiera disse che mi avrebbe aiutato a cercare un posto dove vivere. Io le risposi che potevo tranquillamente tornarmene a casa mia, e lei ribatté: "Tu non hai una casa dove andare". Ero davvero sorpreso. Mi avevano trovato un posto dove vivere, nello specifico una casa di riposo. L'edificio era molto vecchio e in un luogo abbandonato. I pazienti non ricevevano mai ospiti ma in compenso erano soliti urlare come pazzi per tutta la notte. Era molto triste come ambiente.

COMBATTO ANCORA DOPO 18 OPERAZIONI

Durante gli ultimi 7 anni, mi sono sottoposto a 18 operazioni chirurgiche perdendo ossa in entrambi i piedi. Grazie a Dio riesco ancora a camminare ma sto ancora lottando contro il diabete.

Continua a combattere contro il diabete e non tirarti mai indietro. Qualsiasi cosa accada, tieni duro. Sto facendo tutto il possibile e spero che la mia storia ti aiuterà a farti sentire più forte. Che Dio ti benedica.

Traduzione e adattamento di Alessandro Cecconi.

Fonte: http://www.informationaboutdiabetes.com/share/diabetes/type-1/still-fighting-after-18-surgeries-alfonzos-story

DONNA NEOZELANDESE DA RECORD: DIABETICA DI TIPO 1 DA 80 ANNI

Un donna neozelandese ha appena battuto un record: è la persona con più anni di diabete alle spalle nel mondo intero.

Win Johnston ha appena festeggiato i suoi 80 anni di vita con la sua malattia.

L'86enne neozelandese è riuscita a sfidare ogni probabilità.


All'età di 6 anni, alla signora Johnston è stato diagnosticato il diabete di tipo 1. Anche sua sorella (gemella) era diabetica, ma purtroppo è morta prematuramente all'età 16 anni proprio a causa della sua malattia.

A suo tempo le avevano detto che sarebbe stata fortunata se fosse arrivata all'età di 55 anni. I suoi medici avevano anche comunicato alla signora Johnston che non avrebbe mai potuto avere figli.
Ma lei invece ne ha avuti ben quattro, tra cui due gemelli, e nessuno di loro fortunatamente ha ereditato la sua malattia. Poi ci sono anche tutti i nipoti e pronipoti. La sua famiglia numerosa è una cosa di cui va molto orgogliosa insieme a tutti gli altri suoi successi.

La signora Johnston convive con il diabete di tipo 1 da ben 80 anni - un record riconosciuto dalla comunità diabetica internazionale.

La sua speranza è quella di essere un'ispirazione per tutti i 240.000 diabetici che vivono in Nuova Zelanda.

"Non c'è nessun segreto" dice "Giusto prendere la vita come viene affrontandola giorno per giorno ed essere consapevole riguardo ogni suo aspetto"

La signora Johnston è molto attenta nello svolgere un'attività fisica regolare, nel seguire una dieta bilanciata e nel dosare la sua insulina correttamente, il tutto accompagnato da un gran senso dell'umorismo che non stona affatto di fronte alla sua buona salute e al record appena battuto.

Traduzione e adattamento di Alessandro Cecconi.

Fonte: http://www.3news.co.nz/nznews/diabetes-survivor-hits-record-80-years-2015040517#axzz3Xywv7b9D